Intervista ad Omero Satanassi, arbitro della finale degli Europei Under 20 maschili

 

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È sabato 10 settembre. A Plovdiv, la seconda città della Bulgaria in ordine di grandezza, sono le cinque e mezza del pomeriggio.

Siamo nel cuore della penisola balcanica, all’ombra dei monti Rodopi. Fuori c’è una temperatura mite, dopo che nelle prime ore della giornata una leggera pioggia aveva spruzzato la città, rinfrescando l’aria. Ma dentro al Kolodruma Sport Hall, invece, il clima è rovente, perché fra poco inizierà la finale dei Campionati Europei Maschili Under 20.

 

Qualche minuto prima, i ragazzi di Michele Totire, concluso al primo posto da imbattuti il girone di qualificazione, avevano visto sfumare anche il sogno del bronzo (1-3 con la Russia) dopo che il giorno precedente, in semifinale, erano stati costretti a cedere il passo all’Ucraina, in un tie break sofferto e sfuggito loro per un soffio (13-15 dopo oltre due ore di gioco, e due set terminati ai vantaggi).

 

L’amarezza per la sconfitta è tanta.

Ma l’Italia, sul podio, ci salirà ugualmente.

 

E non solo perché gli azzurrini Gianluca Galassi e Riccardo Sbertoli, che hanno dato una gran prova di sé nel corso della competizione, sono stati inseriti a pieno titolo nel dream team della rassegna continentale.

 

Sul gradino più alto (pardon… sul seggiolone), c’è infatti un’altra maglia azzurra.

Anzi, a voler essere precisi, è una maglia blu. Quella di Omero Satanassi.

 

Cinquantaquattro anni appena compiuti, romagnolo doc di Porto Fuori, provincia di Ravenna, Omero (ritratto al centro nella foto sopra, assieme ai colleghi Igor Schimpl, a sinistra, e Ilian Georgiev) ha mosso i suoi primi passi nel mondo arbitrale nel 1983, raggiungendo poi la promozione in serie A nel 1996 ed ottenendo la nomina ad internazionale qualche anno più tardi.

 

E quel sabato 10 settembre 2016 era lì, a Plovdiv, e avrebbe diretto, da 1° arbitro, la finale fra Polonia e Ucraina.

Salendo su quello che, davvero, era il gradino più alto dei Campionati Europei.

 

Incontriamo Omero al suo rientro in Italia, poche ore prima che riempia nuovamente la valigia per ripartire, questa volta per una meta più vicina (Perugia), alla volta del Raduno Precampionato degli arbitri di ruolo A.

 

Raccontaci della tua recente esperienza in Bulgaria.

«I Campionati Europei Under 20 maschili sono, in ordine di importanza, secondi solo ai Campionati Seniores. Questo basta a dire la qualità delle squadre nazionali e l’importanza delle loro aspettative. Stessa cosa vale per gli arbitri e lo staff organizzativo, chiamati a sforzi e stress notevoli. I Campionati durano 13 giorni, e quindi sono molto lunghi considerando che per tale periodo bisogna dare sempre un rendimento molto alto. La presenza costante della ERC (European Refereeing Commission, la commissione europea di arbitraggio, ndr) non fa altro che innalzare tensioni e aspettative per noi arbitri.

Ma veniamo al pratico… I Campionati sono iniziati con tutto quello che noi arbitri “amiamo”: primo giorno lezioni, test sulle regole di gioco e considerazioni con la Commissione; secondo giorno visite mediche e “final ispection” del palazzetto. Poi, finalmente, si inizia con le partite. Tredici giorni vissuti in un paese straniero, con persone che non conosci, sono un’esperienza dura, ma bellissima. Si condividono tantissime cose e si conoscono tantissime persone. Esperienza che auguro a tutti di fare. Bellissima».

 

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Quando ti è stata comunicata la designazione per la finale, e quali emozioni hai provato?

«Quando sei decano del ruolo pensi che nulla possa più stupirti, e invece…

Vengo designato da secondo per la gara di venerdì 9 fra Polonia e Russia, semifinale considerata dai più come la vera finale del torneo, e qui pensavo di chiudere il mio Europeo.

A cena, Patrick Rachard (membro ERC) ci consegna le designazioni per il giorno successivo. Le consegna in ordine di importanza, cioè partendo dalla finale 7°/8° posto fino a quella che vale la medaglia d’oro.

Il mio nome non arriva mai, se non all’ultimo: è finale 1°/2° posto, da primo arbitro. Pochi secondi in cui ti passano davanti 30 anni di sacrifici, e anche di delusioni, e alla fine scende una lacrima di emozione, con il cuore che batte a mille. È un’emozione davvero difficile da descrivere, ma composta solo di sensazioni positive e forti».

 

Cos’hai provato quando sei finalmente salito sul seggiolone?

«Nell’arco della mia attività, ho imparato molto a gestire le emozioni, anche se questa era davvero forte. Non nascondo che mi ritrovo una certa tensione un po’ all’inizio di tutte le gare, ma qui in maniera particolare. Volevo a tutti i costi “fare bene”… per me, per Luciano Gaspari (presidente della ERC, presente alla manifestazione), per le squadre e per tutti quei colleghi che ancora, senza demagogia, quando vedono un arbitro sul seggiolone gli augurano ogni bene. Tensione vinta in poco tempo, e gara eccellente. Massima soddisfazione».

 

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Hai mai avuto paura di sbagliare? Come si supera questa paura?

«Paura di sbagliare no. Credo che l’esperienza e la conoscenza delle regole di gioco ti permettano di non avere paura di sbagliare. La cosa che riesce sempre difficile è “riemergere” dopo un errore che sappiamo benissimo di avere fatto, ancor prima che a fine partita il delegato, o l’osservatore, ce lo faccia notare.

Come se ne viene fuori? Credo possa essere solo grazie ad una grande forza interiore, che si acquisisce con la calma e gli anni passati sul seggiolone. Comunque, un punto fermo c’è: resettare e non pensare più a quell’azione dove abbiamo sbagliato… evitare gli sguardi dei giocatori… per qualche azione fare solo arbitraggio in modo che il nostro fisico e la nostre mente resettino… Non è difficile».

 

Qual è il ricordo più bello che hai portato con te dalla Bulgaria?

«Pomodori e cetrioli con simil feta e oliva nera!!! Piatto base dell’alimentazione a colazione, pranzo e cena… non se ne poteva più!!!

Scherzi a parte, il ricordo più bello sono i complimenti ricevuti ripetutamente dalla Giuria e dalle squadre».

 

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Quali consigli ti senti di dare ai nostri giovani arbitri?

Omero si schermisce: «Per i consigli non sono di certo la persona più indicata…».

Poi, invece, alza idealmente lo sguardo per fissare dritto negli occhi ogni suo giovane collega: «Credo però di poter ribadire con forza anche qui una cosa che ripeto da tanto tempo: credeteci sempre, e vivete l’attività arbitrale per quello che è, cioè un servizio per le società, in cui siamo preparati a dare il meglio con la conoscenza delle regole e la serietà di uomini veri».

 

Dal gradino più alto di Plovdiv.

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